Nutrirsi è un bisogno fondamentale dell’essere umano ed è così importante che l’assumere cibo chiama in causa numerosi sistemi. L’apparato gastroenterico è ovviamente il più coinvolto poiché ingeriamo il cibo dalla bocca e lo digeriamo nello stomaco per poi assorbirlo nell’intestino e liberarci delle scorie nell’ultimo tratto del colon. Ma si pensi anche al ruolo del sistema nervoso, per esempio nella percezione del senso di fame o sazietà, nel desiderio o rifiuto di uno specifico alimento, e al sistema endocrino, nella immissione in circolo di ormoni fondamentali quali la gastrina o l’insulina per citare i più famosi. Fondamentale è il sistema immunitario, che ci preserva da contaminanti patogeni che potrebbero esserci negli alimenti, e non possiamo non nominare il nostro “alter ego” rappresentato dal microbiota intestinale, che nella nostra evoluzione ci ha accompagnato instaurando con l’ospite rapporti sinergici e benefici sia di ordine digestivo che difensivo.
È dunque intuitivo che una funzione così fondamentale quale l’alimentarsi, che coinvolge sistemi così complessi e interattivi, sia oggetto di attenzione da parte dell’essere umano e qualsiasi disfunzione che riguardi l’alimentazione diventi di primaria importanza.
Intorno al cibo si dipanano anche i fili di una cultura che risente della geografia e delle regole sociali e religiose, in cui l’essere umano è immerso, e individuare un disturbo correlato al cibo può essere molto complesso, perché tale disturbo potrebbe anche essere l’espressione di un disagio inconscio o di una paura non espressa oltre che una vera patologia di uno dei sistemi menzionati.
Pertanto spesso si parla di allergia o intolleranza alimentare senza rendersi conto della complessità che questi termini celano.
Gli studi epidemiologici ci dimostrano come ci sia una grande forbice tra quello che è la prevalenza di vera allergia alimentare e quello che invece è il percepito della popolazione rispetto all’allergia alimentare, proprio perché i termini allergia e intolleranza alimentare sono spesso usati in modo non corretto e abusati.
Allergie alimentari
Generalmente una allergia vera e propria è la punta dell’iceberg in termini di frequenza (2-4% della popolazione generale adulta) e si basa su meccanismi immunologici IgE mediati che innescano la reazione allergica.
Di solito l’allergia alimentare è individuata dal paziente stesso, per la ripetitività dell’evento (“Da tempo non mangio crostacei perché mi viene orticaria ogni volta che li assumo”). Si presenta con quadri clinici di esordio ricorrenti (orticaria, asma, addominalgia acuta, anafilassi) e viene innescata sempre dallo stesso allergene, che oggi si sa non essere necessariamente lo stesso alimento. La biologia molecolare, infatti, ci ha permesso di individuare delle proteine allergeniche che sono condivise da diversi alimenti e che possono essere individuate attraverso test di laboratorio molto specialistici. Constano di un semplice prelievo di sangue, prescrivibile dagli allergologi con il sistema sanitario nazionale (SSN) per una diagnosi di precisione del quadro allergico e conseguenti indicazioni sull’assunzione o l’evitamento di gruppi selezionati di alimenti.
Intolleranze alimentari
L’intolleranza alimentare invece consta di sintomi più aspecifici quali meteorismo addominale, flatulenza, dispepsia, cefalea, addominalgia, stipsi o diarrea con andamento capriccioso e difficilmente sintetizzabile in una relazione causa-effetto. L’intolleranza alimentare può occorrere per difetti enzimatici nella digestione di un alimento, quale per esempio il deficit di lattasi nell’intolleranza al lattosio, o in relazione a specifici tratti genetici come nel caso della celiachia, che oggi si sa essere una alterazione enzimatica nella digestione della gliadina del glutine su base genetica e immunomediata.
Tuttavia ancora troppo vaste sono le aree grigie della fisiologia dell’interazione organismo-alimento, senza contare il peso riservato allo stile di vita e alla modalità di processazione, cottura e conservazione degli alimenti stessi.
E veniamo al perché si continuano a fare i test per le intolleranze alimentari? Perché qualsiasi deviazione da ciò che riteniamo “normale” per noi, che riguardi l’atto dell’alimentarsi, diventa importantissimo e porvi rimedio in qualche modo diventa prioritario, a qualsiasi costo.
Moltissimi disordini della sfera della nutrizione non sono legati a veri e propri danni d’organo. I comuni esami risultano normali, eppure il soggetto continua a percepire malessere. Là dove gli esami di laboratorio, i test allergici scientificamente validati e gli esami endoscopici non dimostrano alcuna alterazione, si cercano risposte ovunque si trovi qualcuno o qualcosa che possa fornircele.
Potremmo stilare un lunghissimo elenco di tutti i possibili “capri espiatori” per i disturbi alimentari. In cima alla lista troviamo il povero “Nichel”, ma da qualche anno anche “l’intolleranza all’istamina” è diventata popolare, grazie al dosaggio dell’enzima che la degrada: la DiAminoOssidasi. Il DAO test dosa la quantità di enzima diamino-ossidasi circolante, ma anche un valore sotto il limite di norma non può essere da solo utile a spiegare quadri disfunzionali complessi.
Si sprecano i test chiamati in causa per porre diagnosi di intolleranza alimentare: la kinesiologia applicata attraverso la valutazione diretta del tono muscolare del paziente, i test di provocazione/neutralizzazione sublinguali (DRIA-test) che si eseguono ponendo estratti di alimenti sotto la lingua del paziente e valutando il tono muscolare attraverso impedenzometria. E poi i test elettrodermici (EAV): VEGA test, SARM test e altri che sfruttano alterazioni elettriche di un tracciato registrato mentre il paziente tocca alcuni alimenti. Esistono anche costosi test di laboratorio quali i test citotossici (ALCAT test) o la determinazione delle IgG specifiche per alimenti.
Oggi poi sono di moda gli esami del microbiota intestinale, non tutti propriamente scientificamente ottenuti, il test chemiotattico dei neutrofili e l’elenco potrebbe continuare passando per l’iridologia e il test del capello.
Inutile dire che si tratta di metodiche che non sono supportate da studi scientifici e che non sono validate dalla riproducibilità dei risultati.
Sono inoltre metodiche non annoverate tra i test erogati dal SSN (e forse un motivo ci sarà!). Per non parlare dei prezzi ai quali questi test sono somministrati.
E se non fosse colpa dell’alimento?
Quando i sintomi legati all’introduzione del cibo ci disturbano e non siamo di fronte ad una allergia, cerchiamo di trovare risposte efficaci e se possibili semplici da attuare. Individuare un alimento o un gruppo di alimenti da eliminare dalla dieta ci sembra un prezzo accettabile per poter migliorare la nostra percezione di benessere. La proposta è sempre la stessa: togliere pochi alimenti dalla dieta e se non si sta ancora bene toglierne altri. E se non fosse colpa dell’alimento? Se mangiassimo troppo e male e se non facessimo abbastanza esercizio fisico e se avessimo una vita troppo sotto pressione e se…
Siamo esseri complessi, non sempre possiamo tornare a funzionare bene accettando una semplicistica diagnosi di intolleranza alimentare.
E allora che cosa bisogna fare? Beh, andare da un medico per poter eseguire esami di esclusione di patologie del tratto gastroenterico, ma anche del sistema endocrino e/o di natura psicologica. Certo che potrebbe essere opportuno seguire una dieta, non frutto di sconsiderate eliminazioni ma di appropriate esigenze cliniche, quali l’ottenimento di un congruo Body Mass Index (BMI), ovvero un corretto rapporto tra peso e altezza in relazione al nostro genere e alla nostra età, il giusto apporto di fibre e il possibile supplemento di probiotici se necessario.
È giusto pretendere di stare bene ed è corretto fare il possibile per ottenere questo risultato, ma è fondamentale non cadere nella trappola delle semplificazioni pensando che per forza deve essere colpa di qualche alimento… da eliminare.
Articolo di Giusi Manzotti
Specialista in Allergologia e Immunologia Clinica
Responsabile Servizio di Allergologia Casa di Cura Palazzolo (Bergamo)
