Una survey multicentrica su 295 pazienti adulti seguiti in 7 centri allergologici italiani conferma la crescita della patologia e richiama l’attenzione su un problema ancora aperto: molti pazienti arrivano alla diagnosi dopo anni di sintomi, con un carico clinico che spesso va ben oltre l’esofago.
Bari, 11 maggio 2026 – Cibo che si blocca, difficoltà a deglutire, bruciore o dolore al torace: sintomi spesso attribuiti a reflusso o generici disturbi digestivi, ma che in alcuni pazienti possono nascondere una malattia cronica dell’esofago ancora troppo spesso riconosciuta in ritardo. È il caso dell’esofagite eosinofila (EoE), patologia cronica immuno-mediata dell’esofago, oggi sempre più riconosciuta anche nella pratica clinica, ma ancora segnata da un problema cruciale: il ritardo diagnostico. Una diagnosi tardiva non significa soltanto convivere più a lungo con i sintomi, ma può favorire l’evoluzione verso forme più complesse, con restringimenti dell’esofago e maggiore difficoltà di trattamento. È uno dei messaggi più rilevanti emersi al Congresso Nazionale AAIITO 2026, in corso a Bari dal 9 all’11 maggio, dove sono stati presentati nuovi dati italiani su questa patologia.
La survey multicentrica ha coinvolto 7 centri allergologici italiani e 295 pazienti adulti con diagnosi di esofagite eosinofila. I pazienti sono stati valutati attraverso una raccolta strutturata di dati clinici e allergologici. La diagnosi era stata formulata secondo criteri consolidati: sintomi suggestivi di disfunzione esofagea, esclusione di altre cause di eosinofilia esofagea, gastroscopia con biopsia e presenza di almeno 15 eosinofili per campo microscopico ad alto ingrandimento.
Il primo dato riguarda la crescita delle diagnosi. Nella casistica osservata emerge un incremento statisticamente significativo, stimato in 4,36 nuovi casi per anno. Il dato italiano si inserisce in uno scenario internazionale in cui l’incidenza e la prevalenza dell’esofagite eosinofila sono aumentate progressivamente negli ultimi decenni, anche per effetto di una maggiore attenzione diagnostica e di una migliore conoscenza della malattia. Ma l’aumento delle diagnosi non racconta tutta la storia. L’esofagite eosinofila è spesso inserita in un quadro allergologico più ampio: molti pazienti convivono anche con asma, rinite allergica, dermatite atopica o allergie alimentari. Il legame tra queste condizioni è la cosiddetta infiammazione di tipo 2, una risposta immunitaria comune a molte malattie allergiche. Per questo la EoE non va letta solo come un problema dell’esofago, ma come parte di un profilo clinico più complesso.
“L’aumento delle diagnosi è un segnale importante, perché ci dice che la patologia viene cercata e riconosciuta di più”, spiega il Dott. Alessandro Farsi, allergologo e immunologo, direttore della struttura di Allergologia e Immunologia presso l’Ospedale Santo Stefano di Prato. “Ma non possiamo leggerlo solo come effetto di una maggiore attenzione. L’esofagite eosinofila si colloca all’interno di un più ampio incremento delle patologie allergiche e immuno-mediate di tipo 2. È una condizione che oggi dobbiamo imparare a intercettare meglio e prima”.
Il punto critico è che molti pazienti imparano a convivere con questi disturbi, modificando il modo di mangiare, evitando alcuni alimenti o attribuendo i sintomi al reflusso. Così la malattia può restare sottotraccia per anni. Ed è proprio il ritardo diagnostico il secondo grande tema emerso dalla survey. Nella casistica italiana sono presenti pazienti arrivati alla diagnosi anche dopo oltre 10 anni di sintomi. L’analisi dei casi diagnosticati tra il 2014 e il 2024 non mostra un miglioramento sostanziale nel tempo: nonostante la maggiore conoscenza della patologia, una parte dei pazienti continua quindi a restare a lungo senza una diagnosi precisa.
“Il ritardo diagnostico resta il grande problema”, osserva Farsi. “Nella nostra casistica abbiamo pazienti che arrivano alla diagnosi dopo molti anni di sintomatologia. Questo significa che dobbiamo aumentare la capacità di sospetto clinico, soprattutto quando un paziente riferisce disfagia, episodi di blocco del cibo o sintomi esofagei ricorrenti”.
Arrivare tardi alla diagnosi non significa soltanto convivere più a lungo con i sintomi. L’infiammazione cronica non controllata può favorire nel tempo un’evoluzione della malattia, con restringimenti dell’esofago e complicanze funzionali che rendono più complessa la gestione clinica. In altre parole, la diagnosi precoce non serve solo a dare un nome al disturbo: può cambiare la storia naturale della malattia. L’esofagite eosinofila viene oggi interpretata come una patologia complessa, in cui si intrecciano predisposizione individuale, esposizioni ambientali, alterazioni della barriera epiteliale, microbioma e risposta immunitaria. Concetti come esposoma, primi mille giorni di vita, modificazioni epigenetiche e integrità della barriera mucosale aiutano a leggere la malattia in modo più ampio: non come un problema isolato dell’esofago, ma come una manifestazione di un equilibrio immunologico alterato.
“L’esofagite eosinofila non è semplicemente un’infiammazione locale”, sottolinea Farsi. “È una malattia che nasce dall’interazione tra ambiente, barriera epiteliale e sistema immunitario. Per questo serve uno sguardo più ampio, capace di riconoscere non solo il sintomo esofageo, ma anche il contesto allergologico e immunologico del paziente”.
È qui che si colloca uno degli aspetti più innovativi dei dati italiani presentati a Bari: il paziente con esofagite eosinofila raramente è un paziente “mono-organo”. Molti convivono con altre patologie allergiche o infiammatorie di tipo 2, come rinite allergica, asma, dermatite atopica, allergie alimentari o altre manifestazioni immuno-mediate. Il punto, quindi, non è solo contare quante comorbidità siano presenti, ma capire quanto queste pesino sul percorso clinico e sulla qualità di vita. La survey mette in evidenza il burden complessivo del paziente: una somma di sintomi, cronicità, bisogni assistenziali e complessità terapeutica che richiede una presa in carico più ampia e coordinata. “Questo non è un paziente mono-organo”, afferma Farsi. “Sono pazienti che possono avere una complessità molto elevata, una cronicità importante e un carico di malattia che va ben oltre l’esofago. Il ruolo dell’allergologo è proprio quello di valutare il paziente a 360 gradi, riconoscendo le comorbidità e integrando la presa in carico”.
Questa lettura ha conseguenze pratiche anche sul piano terapeutico. La gestione dell’esofagite eosinofila può includere inibitori di pompa protonica, corticosteroidi topici deglutiti, strategie dietetiche, dilatazione esofagea nei casi indicati e, per pazienti selezionati, terapie biologiche. L’evoluzione delle opzioni disponibili rende ancora più importante identificare precocemente i pazienti, valutarne la complessità e costruire percorsi condivisi tra allergologi, gastroenterologi, anatomopatologi e medicina territoriale.
Dal Congresso AAIITO di Bari arriva quindi un messaggio semplice ma urgente: l’esofagite eosinofila va cercata prima. La disfagia, soprattutto se ricorrente o associata a una storia allergologica, deve diventare un campanello d’allarme. E il paziente deve essere guardato nella sua interezza, non solo attraverso il sintomo esofageo. “Il punto non è solo diagnosticare più casi”, conclude il Dott. Alessandro Farsi. “Il punto è riconoscere prima una patologia cronica e complessa, spesso inserita in un contesto allergologico più ampio. L’allergologo può avere un ruolo decisivo, perché è lo specialista che intercetta sia l’esofagite eosinofila sia le principali comorbidità di tipo 2 che accompagnano questi pazienti. È così che si passa da una lettura frammentata dei sintomi a una presa in carico realmente integrata”.
Box – Cos’è l’esofagite eosinofila
L’esofagite eosinofila è una malattia cronica immuno-mediata dell’esofago. È caratterizzata da sintomi di disfunzione esofagea, come difficoltà a deglutire, sensazione di cibo bloccato, bruciore o dolore toracico, e dalla presenza alla biopsia di un’infiltrazione eosinofila della mucosa esofagea. Negli adulti, i segnali più tipici sono la disfagia e gli episodi di bolo alimentare. La diagnosi richiede l’integrazione tra valutazione clinica, endoscopia, biopsia ed esclusione di altre cause di eosinofilia esofagea. Una diagnosi tardiva può favorire l’evoluzione verso restringimenti dell’esofago e complicanze funzionali. L’esofagite eosinofila è spesso associata ad altre patologie allergiche o infiammatorie di tipo 2. Per questo la valutazione allergologica può avere un ruolo importante nel riconoscere la complessità del paziente e nel favorire una presa in carico più completa.
CONGRESSO NAZIONALE AAIITO
9-11 maggio 2026
The Nicolaus Hotel
Via Cardinale Agostino Ciasca, 27 – 70124 Bari
Sito del Congresso Nazionale: aaiito2026.webaimgroup.eu

